Di Ninni
Vive a Vasto l'ultimo sommergibilista
Sommergibilista
A breve compirà 94 anni
12/09/16

Sono nato il 4 febbraio del 1923 in un paesino pugliese ricco di sole e olivi, Serracapriola, ma il profumo salino del mare di Chieuti è a pochi chilometri e nelle sere d’estate si avverte fin dentro le case. A breve avrò 94 anni ma ero un ragazzino quando mi arruolai in Marina imbarcandomi come sommergibilista, lasciando a casa i genitori, tre fratelli e una sorella, tutti più piccoli; il sommergibile e il mare aperto sono stati la mia nuova casa per molti anni, ma quelli di allora erano arrugginite scatole di sardine rispetto ai moderni e tecnologici di oggi. Ci imbarcammo in tanti, poco più che ragazzi, mandati a fare la guerra in fondo al mare, una guerra vera, difficile, non come quella che giocano i bambini. Alla fine del conflitto siamo ritornati in poco più di cento, e di questi sono l’ultimo sopravvissuto, l’unico sommergibilista che può ancora ricordare quegli anni. Il mare è stato la mia vita, sopra e sotto di esso. Il viaggio, l’avventura, gli scontri navali, le bombe, i siluri, la paura e la morte, tutti compagni di strada di quei miei anni giovanili, forse incoscienti, forse bellissimi. Anni da fascista, forse inconsapevole come tanti, ma sommergibilista al servizio della patria. Una foto mi ritrae diciassettenne in divisa, ma sfocato e molto lontano, a montare la guardia sotto Palazzo Venezia, quel 10 giugno del 1940 a Roma, celebre e drammatica dichiarazione di guerra urlata da Mussolini a Francia e Inghilterra; sono poco più di un puntino lontano e a stento visibile ma posso dire: io c’ero. Poi venne la guerra. Le immersioni, la vita a bordo dei sommergibili come radiotelegrafista; i miei sommergibili dai bei nomi minerali: Giada e Topazio. E poi il Mediterraneo, l’India, Ceylon, Gibilterra, la Sicilia, la Sardegna, tutte le basi della marina, le rotte per inseguire o fuggire il nemico, i siluri pronti a colpire, le immersioni improvvise per sfuggire agli attacchi e restare sul fondo in silenzio, spenti i motori, per ore, per giorni. Mesi e anni di mare aperto e di fondali silenziosi, di sole e di pioggia, di buio, di umidità e di ratti grandi come gatti, che vivevano con noi la quotidiana avventura della guerra; ma anche una spensieratezza figlia dell’incoscienza giovanile, e le licenze premio, le donne, il divertimento che ci permettevano, in fondo eravamo ragazzi destinati alla morte. Il mare dentro, il mio mare dentro: quello siciliano di Portopalo e Pachino, quello di Portorecanati, di Venezia, Livorno, Rapallo; tutti tasselli di quella mia vita marina che ricordo, oggi, come un regalo, tempestato di amicizie, di avventure, di nomi, di risate e di dolore, di grandi privazioni, ma anche di un orgoglio nazionale oggi difficilmente comprensibile. I miei anni di guerra nella marina fascista, ragazzo tra ragazzi, sommergibilista radiotelegrafista, turni massacranti a captare impercettibili segnali sonori del nemico, le bombe di profondità sempre in agguato, i siluri nemici, la morte che ci sfiorava ad ogni istante. Ne sono uscito incolume e oggi ho il privilegio dell’età e della memoria, dei ricordi che, comunque sia andata, scaldano il cuore e che mi piace dividere con chi, di quegli anni, forse non sa nulla. Il mio vecchio sommergibile, di cui ora sono mozzo e comandante, macchinista, nocchiero e ovviamente radiotelegrafista, ha ormeggiato in tanti porti, per decenni in quello tirrenico di Napoli e da 15 anni in questo adriatico di Vasto, e ora si appresta ad essere dismesso insieme a me, dopo tanto, onorato lavoro. Ho vissuto a lungo una vita non banale, per molti aspetti da raccontare, magari come si usava un tempo, seduti intorno al fuoco, e sono stato fortunato ad avere vicino qualcuno che mi ascoltasse.

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